No al Low-Cost – Davvero una scelta?

Eh si. Questa è la domanda.

Mi ricordo un post su un blog che ho letto tempo fa, TANTO tempo fa, quando il low-cost come lo intendiamo oggi (per intenderci, parlo dell’era “tophost” non dell’era “aruba”) era ancora agli inizi. Non ricordo le parole precise e non riesco a ritrovarlo (la rete è grande), ma diceva qualcosa tipo:

“Per offrire hosting a 30 € annui servono un server e una licenza Plesk. Per offrire hosting a 10 o 1200 € serve una infrastruttura.”

La frase può sembrare banale, ma racchiude una interessante distinzione. In pratica, offrire un servizio a 10 € è complicato e richiede investimenti come un servizio di alto livello. Non a caso, e qui il riscontro è immediato, tutte le aziende che nascono in questi anni, si stabilizzano su quella fascia di offerte e prezzi, non sul low-cost estremo o sull’alto livello.

Le realtà che offrono low-cost estremo, come lo ho definito, infatti, quali sono, in italia? Tophost, che ha una infrastruttura leggendaria e che sicuramente ha alzato all’infinito i costi di startup. Netsons che ha potuto lanciare questo tipo di servizi solo dopo 3 anni di esperienza sull’hosting gratuito. OVH, che non è proprio l’ultima arrivata (qui però va fatto notare che il loro pacchetto gratuito e quello a 14 €/anno sono spariti da qualche mese). Per ultimo, in ordine di tempo, Web4Web, che nasce dalla decennale esperienza della Guest SRL. Così, a memoria, altri non me ne vengono.

I motivi? Prima di tutto, va minimizzato l’intervento umano, perchè far fare una cosa ad un umano costa. Far far la stessa cosa ad una macchina, nella maggior parte dei casi, ha un costo trascurabile. Questo significa studiare un sistema di gestione clienti automatico, creare una buona KB per i clienti, semplificare e minimizzare le procedure.

Il secondo problema è relativo alle macchine stesse. In questo tipo di low-cost si arriva a toccarne i limiti. Mettere 10 000 siti a carico 0 su un server non è semplice come lo è metterne 300 molto frequentati: servono sistemi di gestione e di controllo del carico, perchè il minimo overload, il minimo bug di uno script o un semplice errore di un utente possono, in ambienti normali, far volare giù la macchina, creando disagi agli altri 9999 clienti.

Insomma, parliamo di problemi non indifferenti, che richiedono soluzioni non indifferenti che hanno costi non indifferenti. Siamo abbastanza lontani dall’ordinare un server da ovh, installarci plesk, aprire una partita IVA e iniziare a rivendere hosting.

Alla luce di tutto questo discorso la domanda è: le realtà di piccola/media grandezza, che dichiarano di “non voler entrare nel low-cost”, lo fanno per reale scelta o perchè, semplicemente, non possono entrarci?

Credo che la mia risposta sia chiara dopo questo articolo :), però sarebbe interessante avere altri pareri.

Giorgio

ByetHost – 3 Anni dopo

bhlogonew

Ne avevo parlato 3 anni fa, descrivendolo come un grande miracolo, una tremenda e fortissima realtà commerciale. Ad oggi sono passati 3 anni e hanno 500 000 siti a confermare quello che avevo “previsto”.

Chiarisco un attimo lo scenario per chi non lo conoscesse:

Ad inizio 2005 un gruppo di persone non meglio definito inizia lo sviluppo di un pannello di controllo open source specifico per servizi di free-hosting, oserei dire il primo facciotuttoio della storia. Server Debian appena installato, due comandi (“wget http://lorosito/install.sh” e “sh install.sh”) e ti ritrovavi con un’interfaccia web dalla quale creavi il sito web con layout predefiniti, che conteneva già tutto (sistema di registrazione utenti, vhost e il resto). In due ore era possibile lanciare un servizio di hosting fatto e finito.

Iniziano quindi a crearsi decine e decine di siti, che usando questo pannello offrono free hosting. Tutte piccole realtà ovviamente, servizi lanciati da ragazzini su VPS o piccoli dedicati e gestiti grazie al tool di amministrazione in php.

A metà 2006, termina lo sviluppo di questo pannello. Niente più aggiornamenti, niente più supporto. Ovviamente a fine anno, senza saper nemmeno come aggiornare php per tappare le gravissime falle di sicurezza, tutte le piccole realtà sopradescritte vanno in panico totale.

All’inizio dell’anno seguente, uno di questi servizi, byethost.com, si sveglia, crea un nuovo pannello compatibile, amplia la struttura, e nell’arco di un mese acquista tutti i suoi simili, facendoli di fatto sparire. Con una sola grande mossa commerciale acquisiscono e disintegrano ogni concorrente.

Fine del racconto.

A tre anni di distanza ovviamente i dubbi restano: Hanno creato loro quel sistema per far avviare dei servizi ad altri e poi comprarli a poco prezzo? Era una cosa già studiata fin dall’inizio? Insomma sono ragazzi che hanno avuto una grande idea e hanno fatto il botto o sono dei mostri che vogliono conquistare il mondo?

Al di là di tutto quello che c’è dietro, che comunque sia è storia e basta, si tratta sicuramente una solidissima realtà. L’infrastruttura è ad un livello tecnico non da poco. Non si tratta di semplici server con tutti i servizi mischiati, è un cluster con diversi pool di servers che svolgono le diverse funzioni, tutto questo basato su una SAN in fibra ottica (non vengono dati in giro molti dettagli).

Che ne pensate?

(ah, ovviamente ci risentiamo tra 3 anni)

Giorgio