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DAZN, Serie A e streaming: dove stanno i problemi?

DAZN, Serie A e streaming: dove stanno i problemi?

Immagino sentiate la mancanza dei miei articoli polemici, quindi eccone uno. Parliamo di DAZN, della Serie A, di streaming e dei problemi che qualcuno ha avuto nella visione delle prime partite di questa stagione: mi sono capitati sottomano in questi giorni articoli di “esperti” con idee molto poco chiare che parlano di banda larga, di codec, di reti, di capacità dei server e altro.

Non ci siamo.

Siccome esattamente come nel caso dei vaccini la disinformazione fa danni e porta in direzioni sbagliate, vi regalo le mie competenze (la progettazione di infrastrutture per eventi straordinari come questo costituisce gran parte del mio lavoro) per fare chiarezza: se siete giornalisti e questo articolo non vi basta, sentitevi liberi di contattarmi.

Fatemi iniziare con un pò di sano debunking e quindi dall’esplorare quali non sono le cause della bassa risoluzione / buffering / interruzioni:

  • Non è la banda larga: il concetto di “banda larga” è riferito all’ultimo miglio, in sostanza alla connessione tra voi e la centrale Telecom più vicina. Per tutta una serie di ragioni che non vi sto a spiegare (questioni di fisica dei mezzi trasmissivi), questo è stato storicamente il collo di bottiglia delle reti. In alcune zone d’Italia si naviga a 1 gigabit al secondo, in altre a 250 megabit, in altre ancora a 30mbps e in alcune addirittura a soli 7mbps: quest’ultima è più che sufficiente a ricevere un flusso video con risoluzione decente, anche se la velocità effettiva dovesse essere inferiore. Non fraintendetemi, la lenta diffusione della banda larga può essere una serissima questione di sviluppo economico, ma in questo caso, semplicemente, non è il nostro problema.
  • Non sono i codec: alcuni codec possono essere più pesanti di altri sulla CPU, ma a meno che non stiate usando un PC di 25 anni fa più o meno qualunque processore è in grado di mostrare uno streaming in qualità accettabile senza interruzioni. A meno che sul vostro computer non girino anche un miner Bitcoin e 327 virus con cui condividete la capacità di calcolo, ovviamente.
  • Non è nemmeno la capacità dei server: la tecnologia si è evoluta e le realtà al passo con i tempi (e DAZN lo è) utilizzano infrastrutture elastiche, pronte a scalare per servire più richieste in pochi minuti, nel caso in cui si renda necessario. Di solito lavoriamo perchè le previsioni di carico siano adeguate, ma anche nel caso in cui si dimostrassero errate, correggere il dimensionamento sarebbe cosa da poco. Tutto questo, in una infrastruttura correttamente progettata, ad un costo molto basso.
  • Non è colpa della collocazione geografica delle CDN: questa è una teoria interessante ma totalmente campata in aria, e ci spenderò qualche minuto. Le CDN sono reti ad altissima capacità il cui compito è consegnare contenuti (video, immagini) agli utenti finali (voi). In rete si trova un comunicato stampa di DAZN in cui annunciano di aver scelto LimeLight, che in Italia ha infrastruttura a Milano e Palermo, come partner CDN: secondo gli scienziati, era ovvio che una CDN con presenza solo a Milano e Palermo non fosse all’altezza. Ma questo è sbagliato, per vari motivi:
    • L’analogia “immaginate come sarebbe difficile fare la spesa se gli unici due centri commerciali in Italia fossero a Milano e Palermo: da Roma sono 600km, quasi 12 ore di macchina tra andata e ritorno” potrebbe sembrare sensata, ma è pretestuosa: per la spesa settimanale si impiega un’ora normalmente, il viaggio Roma-Milano aumenta questo tempo di 12 volte ed equivale alla perdita di una giornata intera. Per i dati che viaggiano su fibre ottiche invece è il contrario: le “operazioni intermedie” indipendenti dalla distanza impiegano comunque qualche millisecondo, ed il dover percorrere una tratta di 600km al posto di una lunga solo 6 cambia di pochissimo il ritardo totale.
    • Se invece che usare Google in cerca di comunicati stampa i sopracitati scienziati avessero analizzato lo streaming vero, si sarebbero accorti che DAZN usa almeno tre CDN diverse, alcune con presenza più capillare in Italia. La storia di Palermo e Milano quindi non regge, o comunque non può essere banalizzata su un fattore di semplice distanza.
    • Internet non soffre di barriere nazionali (non ancora perlomeno), e le CDN hanno altre presenze vicino all’Italia come Vienna, Zurigo, Marsiglia, Monaco etc: è realistico pensare che anche queste location contribuiscano all’esperienza del pubblico italiano.

 

Arrivati a questo punto vi starete chiedendo dove stia il problema, ed eccoci alla risposta: non lo so, ma ho un paio di “maggiori indiziati”, che vi espongo.

Il primo è la particolare conformazione della rete italiana che per questioni geografiche e soprattutto storiche consiste di fatto in una stella con centro a Milano. Le interconnessioni tra diversi provider (tra le quali, ad esempio, la connessione tra chi vi vende la linea internet di casa e la CDN di DaZN) avvengono quasi esclusivamente lì, rendendo di fatto inutile la localizzazione geografica dei punti di distribuzione contenuti (per farla molto semplice, anche se la CDN di riferimento installasse un nodo nella vostra stessa città, con buone possibilità si dovrebbe comunque passare da Milano, o quantomeno da Roma, per raggiungerla).

Questo ci porta al secondo fattore in gioco: il trasporto dati nazionale di lunga distanza (il collegamento Napoli-Roma-Milano, per intenderci) ha costi relativamente alti se comparato a tratte molto più estese (Londra-New York), dettati dalla complessità infrastrutturale e dalla scarsità di competizione e di investimenti. Il traffico in rete è esploso negli ultimi anni, e certe tratte di interesse internazionale si sono sviluppate in modo molto veloce e spinto – altre, di interesse meramente nazionale, sono rimaste indietro e si stanno muovendo più lentamente. In questa condizione è facile che per motivi tecnico-economici si creino situazioni di congestione temporanea durante eventi eccezionali, per il semplice motivo che evitarla sarebbe troppo costoso.

Il terzo fattore è relativo al criterio di dimensionamento dei trasporti digitali, che spesso si deve per forza basare su dei dati di utilizzo medio. Torniamo all’analogia con i trasporti automobilistici: nelle due settimane centrali di Agosto sarebbe indubbiamente comodo se tutte le autostrade a tre corsie ne avessero invece cinque. Perchè allora non ne hanno cinque? Per il semplice motivo che quelle corsie sarebbero da mantenere tutto l’anno pur essendo necessarie per sole due settimane: i costi, in altre parole, avrebbero la prevalenza sui benefici. Lo stesso accade su certe tratte di trasporto difficili da ampliare e mantenere (molte altre sono invece dimensionate in base al picco di traffico atteso, quindi sulla base del caso peggiore).

Non si può infine non citare il nostro buon vecchio PEBKAC – acronimo che in informatica si usa per indicare il problema che sta tra la sedia e la tastiera (in questo caso tra la poltrona e il telecomando), cioè l’utente. In molti si sono avvicinati ai servizi di streaming per la prima volta in questa occasione, e non hanno mai verificato prima che la loro rete di casa (banalmente, il Wi-Fi) fosse pronto a gestire un simile traffico. Sono pronto a scommettere che gran parte dei problemi stia qui.

Tutto chiaro ora? Se ci sono domande chiedete pure.

 

iliad: dov’è veramente la rivoluzione?

iliad: dov’è veramente la rivoluzione?

A due mesi dal lancio in Italia di iliad, il nuovo operatore di telefonia mobile lowcost, l’hashtag #Rivoluzioneiliad continua a rompere le palle ad essere in testa al mio feed Twitter, con una strategia di comunicazione completamente incentrata sulla parola rivoluzione.

Ma c’è veramente una rivoluzione in atto? E se si, in cosa, precisamente? Vi siete fatti questa domanda?

Io si.

No, la rivoluzione non è nel prezzo. Certo, 6.99 €/mese per 40 GB di traffico con illimitati minuti ed SMS non sono male, ma la telefonia mobile in Italia era già da prima molto economica se comparata ai paesi vicini: provate voi ad andare in Inghilterra con 30 €/mese in mano a pretendere un iPhone.

Quindi, in cosa iliad è radicalmente diversa da Tre, Vodafone, Wind e Tim?

In famiglia era arrivato il momento di aggiornare tutti i contratti di telefonia, parliamo di famiglia estesa e 10 SIM in quattro nazioni, perciò ho dovuto studiare le offerte di ogni compagnia di rilievo nei paesi coinvolti.

E ho subito capito: in Italia iliad è diversa nella flessibilità, nella chiarezza, nell’onestà.

I “vecchi” operatori continuano imperterriti a nascondere tariffe in ogni angolo e sostanzialmente a prendere in giro i propri clienti: un esempio eclatante lo abbiamo visto due anni fa, quando un reparto marketing di qualcuno dei grandi ha deciso che accorciare il periodo di offerta da un mese a 28 giorni (di fatto introducendo una tredicesima mensilità da pagare) era più elegante che comunicare un aumento dei prezzi, e tutti gli altri lo hanno seguito. Semplice e diabolicamente geniale: aggiungere un mese sotto i piedi dei clienti, per aumentare le tariffe in modo coatto.

Non iniziamo nemmeno a parlare delle rimodulazioni (leggi: aumenti) unilaterali. Si, vero, si può recedere senza costi quando accadono, ma se ce n’è una ogni sei mesi e tutti gli operatori le propongono contemporaneamente, i clienti sono in una gabbia.

Anche sulle tariffe nascoste gli esempi si sprecano: chiamate a zero € al minuto, e scritto in piccolo uno scatto alla risposta che ti costringe a ipotecare la casa (la finezza di questa offerta è veramente apprezzabile). Tariffa mensile molto vantaggiosa, ma che poi si scopre durare solo per 6 mesi sui 24 totali di vincolo contrattuale. O, ancora, pacchetto 24 mesi con telefono a 20 €/mese e zero € di attivazione, ma con scritto sotto in piccolo che ne dovrai pagare 150 come rata finale.

Questo dovrebbe già bastare, ma c’è una cosa che trovo veramente impossibile da digerire: la penalizzazione della base clienti esistente di un operatore rispetto ai nuovi. Hai avuto una tariffa per 3 anni e adesso che sono scaduti i vincoli vuoi aggiornarla, perchè in media sul mercato con gli stessi soldi puoi avere di più? L’aggiornamento ad un piano che il tuo stesso operatore offre con attivazione gratuita ai nuovi clienti a te invece può costare anche 5/6 mensilità: ed è così, punto.

In Italia c’è un mercato che costringe i clienti al turnover continuo: vengono ignorate le richieste e le insoddisfazioni dei già clienti e si investe solo sui nuovi. Ci sarà sempre un potenziale “nuovo” cliente da portare a bordo che sarà insoddisfatto del suo precedente operatore, e così la ruota continua a girare.

Per fare un esempio di cosa c’è oltre le Alpi, in Inghilterra piani ricaricabili non esistono (esistono in realtà, ma sono talmente costosi che hanno senso solo se usate il cellulare tre minuti al mese), e anche se volete solo una SIM, serve un abbonamento di 12 o 24 mesi. Passati questi 12/24 mesi però, si è totalmente liberi di scegliere una qualunque offerta dello stesso operatore, pagandola al massimo come la pagherebbe un nuovo cliente e senza costi legati al cambio. Si, avete letto bene: al massimo, perchè molto spesso la vostra fedeltà sarà premiata e avrete accesso allo stesso pacchetto, ad un costo inferiore.

Ecco la #Rivoluzioneiliad: il nuovo operatore si propone di ribaltare tutto questo. La loro offerta è chiara, leggibile, facile da capire. Le procedure tutte automatizzate e semplici, il servizio clienti veloce e incredibilmente cordiale. Come se non bastasse, poco dopo il lancio qualcuno ha notato che una postilla nel contratto dava a iliad la possibilità di cambiare l’offerta, facendo traballare il “per sempre” con cui era pubblicizzata.

Sapete come questa ha reagito? Ha rivisto il contratto, togliendo l’ambiguità.

Il “se” è d’obbligo in quanto esiste da due mesi, ma se iliad dimostrerà di poter sostenere un business con queste premesse e questi principi, allora a tutti gli altri non resterà che adattarsi.

Eventi straordinari e siti istituzionali: un rapporto (ancora) tormentato.

Eventi straordinari e siti istituzionali: un rapporto (ancora) tormentato.

Anni fa ho scritto questo articolo (in un momento di frustrazione causata dalla puntuale indisponibilità dei siti istituzionali nei momenti di loro maggiore utilità), nella speranza quantomeno di aprire una linea di dialogo. Ero stato fortunato e questa si era aperta, ma il tutto era stato impacchettato e rispedito al mittente senza troppi complimenti.

Il problema in breve: sono molti i siti informativi, soprattutto in ambito Pubblica Amministrazione, “inutili” e poco visitati per il 99.9% del tempo, che però diventano critici in momenti di particolare interesse. Immaginate ad esempio il censimento della popolazione: ha cadenza decennale e dura due mesi. Durante questa finestra di tempo ogni cittadino userà l’apposito servizio online, ovviamente aspettandosi che tutto funzioni a dovere.

Altro esempio è il portale del Ministero dell’Istruzione: basso carico per gran parte dell’anno, ma quando vengono annunciate le commissioni di maturità, deve essere funzionante, pronto e scattante. Pensate poi al sito dove vengono pubblicati i risultati delle elezioni: utilizzato ogni quattro o cinque anni, diventa il più visitato d’Italia durante le poche ore di scrutinio.

Internet oggi è la fonte primaria di informazione per molte persone: è un dato di fatto che non si può ignorare, ed è necessario dare adeguata importanza alle piattaforme che contribuiscono a questa informazione.

Ne parlavo nel 2011, perchè è stato l’anno in cui i tre servizi sopracitati hanno mancato il loro obiettivo primario: quando servivano, non funzionavano. Se ne era parlato, soprattutto tra gli addetti ai lavori: ci eravamo arrabbiati, ma qualcuno aveva commentato che le soluzioni al problema (che spaziano da questioni molto tecniche come lo sharding dei database e l’elasticità delle infrastrutture a questioni più di buon senso, come una corretta previsione dei carichi) erano molto distanti dal mondo dei “comuni mortali”, e ancor di più dal settore pubblico.

Un punto di vista secondo me contestabile, ma quasi sicuramente con un fondo di verità: al tempo il concetto di “cloud” esisteva da pochi anni, e alcuni vendor dubitavano ancora delle sue potenzialità.

Sembra di parlare della preistoria.

(per non dimenticare: il load balancing manuale delle Elezioni 2011)

Adesso siamo nel 2017: sono passati sei anni dal mio articolo e come alcuni continuano a ripetere, “cloud is the new normal”. Il cloud è la nuova normalità, tutti lo usano, lo scetticismo, se mai c’è stato, è sparito: il tempo ha ormai provato che è una nuova e rivoluzionaria tecnologia e non solo un trend temporaneo o una pazzia di un singolo vendor.

In questi anni, nella nostra PA, sarà cambiato qualcosa?

Alcuni segnali fanno ben sperare: Eligendo ad esempio, il portale delle Elezioni, è esposto tramite una CDN (ma non supporta HTTPS). Altri fanno invece perdere la speranza appena guadagnata: questo mese si è tenuto il Referendum per l’Autonomia della Lombardia – serve che vi dica in che stato era il sito ufficiale durante gli scrutini? Timeout.

Le soluzioni a questo tipo di problemi sono ormai ben conosciute e consolidate: caching estremo, utilizzo di CDN, sfruttamento di infrastrutture scalabili, etc. I costi sono molto bassi e granulari: con una architettura ben studiata, si possono servire tutte le richieste senza sprecare un euro. Fa in un certo senso pensare il fatto che in certi ambienti siano ancora presenti e gravi problemi che l’industria ha risolto già da tempo, come quello dei picchi di carico.

Quali sono quindi i fattori limitanti, quindi?

Non stento a credere ci sia una scarsa comprensione del tema e della sua importanza ai “piani alti” di ogni ente: solo di recente siamo riusciti a mettere insieme una community di sviluppatori e un “team digitale” (composto da professionisti di veramente alto rango) volto a svecchiare il “sistema Italia”.

L’iniziativa sta già portando i suoi primi frutti, ma si tratta di un team per ora piccolo molto focalizzato sullo sviluppo e non sulle operations/mantenimento: il passo per il cambiamento della mentalità generale è ancora lungo. Non è difficile immaginare come una scarsa comprensione del tema porti molto velocemente alla mancanza di interesse e di risorse dedicate – con conseguente frustrazione di quelli che sono i “piani inferiori”.

Un secondo fattore spesso portato (o meglio, trascinato) in gioco è la scarsità di infrastrutture: se questo poteva essere vero una volta, oggi, con l’affermazione delle tecnologie cloud e del concetto di “on demand”, questo smette di essere un punto bloccante. Le infrastrutture ci sono, basta sfruttarle.

Ultimo, ma non per importanza, il discorso “competenze”: non stento a credere come molti fanno notare che sia difficile reclutare personale adatto e che chi si occupa oggi di sistemi nella PA abbia ben altre responsabilità e quindi ben altre basi. Ritengo però non si possa ignorare il fatto che al giorno d’oggi il concetto di “as a service” (servizi managed se volete chiamarli con un nome forse più familiare) rimuova buona parte di questo problema, e che l’immensa offerta di training e relativa facilità di sperimentazione renda estremamente facile la coltivazione delle skills mancanti.

Può servire tempo, ma da qualche parte bisognerà pur partire. Molti IT manager e sistemisti sono lì fuori pronti, a fare il passo: hanno solo bisogno di essere ispirati.

Ispiriamoli, no?

La Generation Y e l’Analfabetismo Funzionale

La Generation Y e l’Analfabetismo Funzionale

Ho 24 anni compiuti da poco e ho la fortuna di vivere e lavorare in un contesto aperto, globale, di quelli in cui non si smette mai di crescere: lavoro ogni giorno a fianco di inglesi, israeliani, americani, argentini, malesiani e molti ancora, e ho relazioni personali con ragazzi/e di una gamma ancora piu’ vasta di nazionalita’.

millennial

Si tratta di persone che hanno girato il mondo, che vivono in ambienti altamente competitivi, persone che per seguire i propri sogni e obiettivi si sono trasferite anche a decine di ore di volo dai posti dove sono cresciute e dove hanno famiglie, amici e legami. Persone che si sono spinte sempre oltre i propri limiti, dal collega argentino seduto di fronte a me, alla mia (ex?) ragazza siberiana, che, cascasse il mondo, ogni 3 mesi torna a casa dalla mamma almeno per un weekend.

Persone che attraverso percorsi differenti sono arrivate a sedere di fianco a me o a far parte della mia vita, persone come me che sanno di essere solo ad uno step intermedio, perche’ non bisogna mai smettere di crescere e di alzare la barra. Persone che hanno sempre fatto scelte forti sapendo benissimo che avrebbero dovuto pagarne prezzo e conseguenze molto prima di vederne, in lontananza, i risultati.

Faccio parte di quell’ala della Generation Y che non smette mai di correre, che pretende di far girare il mondo a suo piacimento ma che ha anche imparato a viverci, quell’ala della Generation Y che prova, instancabile, a dare un senso a tutto il resto.

Siamo quell’ala che mai si ferma, che fa della crescita e del miglioramento continuo lo scopo della sua esistenza, la GenY che sposta sempre la linea del traguardo qualche metro piu’ in avanti rispetto a dove deve arrivare, la Generation Y che cerca dei miti e degli esempi di vita non per poterli seguire e venerare ma solo per poterli superare.

Siamo i Millennials mai contenti, siamo quelli che anche quando raggiungono una meta non sentono di essere arrivati, perche’ ancora prima di raggiungerla iniziamo a pensare a quella successiva. Siamo quelli che non puoi chiudere in una stanza, un paese o in uno stato, perche’ le barriere ci fanno stare male, e perche’ vogliamo sempre andare oltre quello che abbiamo.

Il viaggio e la distanza sono fondamentali. Sono circondato da persone che non hanno mai dato importanza al proprio “orticello”, che se ne sono andate e che magari poi sono anche tornate, ma che comunque hanno avuto la forza, o forse il coraggio, di staccarsi da quello che avevano e in cui, tutto sommato, stavano bene.

Ognuno di questi a modo proprio si e’ scontrato con il mondo: chi lavora in un mercato globale dove per sopravvivere non basta essere tra i migliori del quartiere, bisogna essere tra i migliori del mondo, chi ha superato test di ingresso e graduatorie allucinanti contro ragazzi provenienti da ogni parte del pianeta per entrare in una universita’, chi semplicemente ha preso e se ne e’ andato, cercando una vita nuova.

C’e’ una barra tra questo tipo di persona e tutto il resto: riflettendoci, nella mia vita questa barra credo di averla superata all’inizio del liceo. Ho frequentato un istituto che ci era stato presentato come l’inferno, dove bisognava correre e studiare o si rischiava di rimanere fuori dai giochi, e forse questa e’ stata la chiave: chi si e’ ritrovato li’ con me aveva gia’ fatto una scelta, si era gia’ spinto oltre. Aveva rischiato.

Vi assicuro che ne stiamo raccogliendo risultati, dal primo all’ultimo. Chi li raccoglie gia’, chi sta per iniziare a farlo, chi deve forse ancora convincersi e aprire gli occhi per vederli.

Sotto questa barra non ci sono mai piu’ voluto tornare, nemmeno come turista, perche’ c’e’ anche la parte che e’ rimasta sotto. Quelli che hanno fatto scelte a breve termine, quelli per cui essere liberi tutti i pomeriggi era piu’ importante di ogni altra cosa. Quelli che non si staccano dal loro contesto locale, perche’ e’ li’ che spadroneggiano e sanno benissimo di non essere in grado di spostarsi, perche’ per raggiungere la stessa posizione in qualunque altro posto dovrebbero confrontarsi con il mondo intero.

Sono anche quelli che alle elementari hanno imparato a leggere dopo tutti gli altri, e che in terza media ancora non sapevano leggere una pagina senza incastrarsi o balbettare. Quelli che, insomma, si sono accontentati e che continuano a farlo, guardando con disprezzo chi e’ andato oltre, nella convinzione che se loro non ci possono arrivare, allora non puo’ farlo nessuno e deve sicuramente esserci un trucco da qualche parte.

Il problema, e’ sociale e non personale: perche’ chi rimane sotto non sviluppa capacita’ di giudizio, di analisi, e spesso manca anche delle capacita’ basilari di comprensione necessarie a vivere in questo periodo storico. Vive da schiavo facilmente controllabile in un periodo dove le idee sbagliate uccidono (gli altri), periodo dove ci sono persone, e macchine, che stanno imparando ad usare le folle di ignoranti a loro favore. Non riuscire a giudicare quello che succede nella vita quotidiana diventa in breve tempo un grave rischio: i mezzi che oggi sono disponibili a chiunque permettono di esprimere opinioni troppo alla leggera, e rendono molto semplice la raccolta di adepti e di schiavi degli schiavi. Creando nuovi branchi.

Si chiama Analfabetismo Funzionale. I sociologi lo hanno correlato a crimine, uso di droghe, basso reddito e in generale basso livello di soddisfazione. L’analfabetismo funzionale crea masse, masse facili da controllare e da usare a piacere. Dobbiamo di nuovo imparare a difenderci dai branchi.

Fortunatamente, c’e’ una gran parte della generazione che ne sta portando alto il nome nel mondo.

Non guardate sotto la barra, guardate sopra.

No, non mi occupo di cosmetici.

No, non mi occupo di cosmetici.

Sembra ci sia un tale Giorgio Bonfiglio che sta contattando persone online offrendo un lavoro a domicilio consistente nel confezionare cosmetici. Chiede una cauzione di 35€ da pagare tramite ricarica Postepay per l’invio del primo pacco di materiale, e ovviamente ricevuta questa cauzione non spedisce il pacco.

Ho fatto varie ricerche, e sembra se ne parli solo su questo sito, nei commenti. Il mio simpatico omonimo non sembra nuovo a queste attività: leggo che è già stato arrestato una decina di anni fa per aver sparso in giro una certa quantità di assegni falsi.

Il problema non è tanto il caso di ominimia, quanto il fatto che io, per chi cerca su Google quello che è anche IL MIO nome, occupo quasi tutta la prima pagina di risultati. Trovare i miei recapiti poi è facilissimo. Ho ricevuto una telefonata, e sono centinaia le persone che sono entrate su questo blog con keyword legate a questi avvenimenti: non me ne ero reso conto, ci sono arrivato solo a posteriori.

Sia chiaro a tutti: quello non sono io. Mi occupo di engineering di infrastrutture, non sono un odontotecnico. Nel 2003 non avevo 48 anni, e soprattutto non ho la passione dei cosmetici.

Mettetevelo in testa.

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